mercoledì 16 dicembre 2009

Afghanistan: per la pace bisogna lavorarci su

Intervista a un soldato in missione sul vero significato di una guerra fredda e spietata

( Magari striderà con tutto questo contesto poco serio, tra moda e frivolezze, ma è tanto che non ritorno alle origini, alla vera me e questa sono io. Per il numero di dicembre di Controstile ho cercato di scrivere questa intervista nel modo più interessante possibile, spero di esserci riuscita)



La guerra è come una medicina: non deve servirti necessariamente, ma devi averla pronta nel cassetto per ogni evenienza”.

Ho riascoltato questa frase più volte e ho ripensato al periodo in cui, adolescente tra i banchi di scuola, comprendevo le conseguenze dell’odio, della guerra, del terrorismo, della mancanza di libertà. Ricordo che un giorno disegnai su un enorme cartellone la bandiera della pace e l’appesi in camera per ricordare quanto male possano fare alla popolazione umana i tornaconti di potere. E oggi, con qualche anno in più e una piccola dose di cinismo sulle spalle, rifletto sulla guerra e mi chiedo se effettivamente sia davvero realistico un mondo in pace, se noi uomini siamo egoisti per natura. Francamente non lo so e allora mi sono rivolta a chi poteva darmi qualche spiegazione in più.

S. è un soldato, volutamente anonimo per ricordare quanti come lui vivono la realtà delle missioni in Afghanistan; S. potrebbe essere da poco maggiorenne o già padre di famiglia, poco importa; da sempre divide l’opinione pubblica, viene chiamato eroe solo quando giace in una bara, ma finché vivo è spedito, seppure consapevole e da volontario, nel deserto per le missioni di pace. Ma la pace è davvero possibile? S. è unico ma incarna tutti i soldati, con i quali  condivide la stessa espressione consapevole del rischio che si corre quando sulla testa sparano colpi da mortaio. Questa è la guerra vista da chi la vive sulla propria pelle, giusta o no, dura di sicuro e spietata come nient’altro.

Controstile: Niente vacanze di Natale per i soldati?
Soldato: Di solito si parte per contingenti e la missione dura qualche mese; una volta finita si torna a casa, che sia Natale o estate, poco importa. La licenza, di una o due settimane nei periodi stabiliti, viene definita in base alle esigenze di ognuno. E naturalmente tutti cercano di accaparrarsi il periodo migliore.

C: Perché sei diventato soldato?
S: Mi sono diplomato e non avendo trovato ancora la mia strada, ho pensato che potevo provare un anno da militare, per imparare a stare lontano da casa e gestire i miei soldi. L’anno da volontario mi è piaciuto e ho deciso di continuare. E’ stata anche una fortuna, perché in caserma ci sono delle selezioni molto dure per accedere ai quattro anni successivi.

C: L’eccezione che conferma la regola se pensiamo al luogo comune del soldato che fa questo mestiere soprattutto per soldi.
G:
Ogni lavoro lo si sceglie anche per i soldi, io però ho rinunciato ad altre opportunità più sicure e comode. Bisognerebbe evitare di fare di tutta un’erba un fascio. Certo, ci sono molti soldati che si arruolano pur non avendo una buona opinione di questa missione, ma questo accade per qualsiasi mestiere e sarebbe ipocrita affermare il contrario.

C: Poi è arrivato il momento in cui ti hanno proposto di fare la missione in Afghanistan, una scelta volontaria, perché hai accettato?
S:
Si trattava di un’esperienza all’estero sul teatro più impegnativo di tutti quelli gestiti dall’Italia. Il lavoro del militare è sapere esattamente cosa fare e quando, ricevere degli ordini ed eseguirli in un contesto di stress. E io volevo mettermi alla prova, capire se ero un buon militare che sapeva reggere una pressione estenuante.

C: Quindi la tua è stata una sfida?
S:
Sì, anche. Ho accettato per fare esperienza, perché una volta che fai quel tipo di missione puoi dire di aver visto quasi tutto. L’Italia ha mandato soldati in Kosovo e in Bosnia, ma l’Afghanistan è davvero un territorio ostile, sembra quasi di essere tornati ai tempi della seconda guerra mondiale.

C: E non hai mai avuto paura?
S:
La paura vive con te, di certo quando arrivano dei colpi di mortaio non ironizzi, ma prima o poi ti abitui.

C: Io la chiamo incoscienza. Sei mai stato consapevole fino in fondo che un colpo avrebbe potuto anche ucciderti?
S:
Certo, però è più facile pensare “Cazzo, ma su quindici persone, proprio me devono sparare?” Poi puoi rientrare o no nella percentuale, ma se non capita a te tocca ai tuoi amici o a persone che non conosci ma che fanno parte del tuo corpo e alla fine cominci a conviverci. Il primo mese è stata dura, quando bombe e razzi piovevano in base, una, due volte a settimana. Eri lì che dormivi e arriva un mortaio. La terra trema sotto i tuoi piedi e tu corri. Noi non siamo nei villaggi e tecnicamente i talebani prendono una moto, si portano dietro un piccolo mortaio, si avvicinano alle montagne, a uno o due chilometri dal campo base, sparano due bombe e scappano. Come riuscire a prenderli?

C: Perché non andare via dall’Afghanistan? Perché semplicemente non liberarla?
S:
Personalmente credo sia un’idiozia andarsene. Non sai quante volte ho dovuto ascoltare gente ignorante dire “Buttateci una bomba e risolvete il problema” o magari chi vuole che ce ne freghiamo. Assurdo! Pensare poi di lasciarli liberi non sarebbe sensato. Credi che i talebani non farebbero nulla? Per prima cosa ritornerebbero al potere imponendosi con la violenza. Inutile darci degli assassini, non siamo lì a sparare per passatempo! Cerchiamo di difendere e difenderci da chi la guerra la fa fin da bambino. Sicuramente un talebano individualmente è più addestrato di me, ha sparato più colpi e il suo munizionamento è infinito. Con tutti i soldi che arrivano dalla droga e dalla guerra, comprano armi, vecchie e di origine sovietica, però cazzo se funzionano!

C: Un circolo vizioso quindi: si va per la pace, ma mi sembra di capire che la pace non ci sarà mai, vista la speculazione sulla guerra.
S:
La speculazione c’è, è evidente, ma a “mangiarci” su, su questa guerra, non sono solo gli afgani. Potrebbero farlo anche i governi o le associazioni benefiche, io ormai sono molto disilluso.

C: Parliamo dei civili. Avete modo di entrare in contatto con loro? Come vivono nei villaggi?
S:
Nella povertà assoluta. Case in mattoni e fango e gente che muore di fame. Inoltre con i talebani al potere c’è integralismo dappertutto, tanto che è quasi vietato guardare la televisione o usare internet. Poi però capita di vedere gente in moto e quasi tutti sanno usare un cellulare, una contraddizione. Molti villaggi sono sperduti nei deserti e non riesci a capire come fanno a vivere in quel modo, con le loro quattro pecore e poca acqua che tirano a gocce dai pozzi.

C:Avete mai parlato con loro? Cosa pensano di voi?
S:
Un terzo dell’Afghanistan è composto da talebani o da gente che li appoggia. I talebani fanno un grande uso dei media. Magari un mezzo militare passa sul ponte dove hanno preparato dell’esplosivo, il camion esplode e durante lo scoppio muore un bambino. In televisione o al padre del bambino in seguito verrà detto che se quel mezzo militare non ci fosse stato, il figlio sarebbe vivo e poi lo invitano ad arruolarsi e a seguire la loro idea. Il resto della popolazione o ti vuole bene oppure gliene importa poco della tua presenza. Purtroppo c’è molta ignoranza e miseria, mi chiedo quanti di loro siano mai andati a votare.

C: Non ti è mai capitato di parlare con qualcuno che lotta per la liberazione del suo paese?
S:
Sì, ovvio. C’è un movimento di persone contro i talebani che vedono i soldati americani come dei liberatori. I talebani minacciano chi va a votare: basta avere il dito sporco di inchiostro e glielo tagliano e chi non è d’accordo con loro viene ammazzato. Quando noi andiamo nei villaggi, carichi di cibo e acqua e dimostriamo di volerli aiutare loro sono contenti e accettano tutto, ma il vero problema sono le minacce di morte. E’ un regime di terrore, la democrazia per loro è un parolone pericoloso e i talebani marciano sull’ignoranza del popolo.

C: Qual è la difficoltà maggiore da sopportare in Afghanistan?
S:
Non riuscire a distinguere il nemico dall’amico. Cammini per strada e non sai se uno di quegli uomini ti odia o no. Li vedi parlare tranquilli al telefono e non sai se dall’altro capo c’è la moglie o un complice al quale stanno dicendo dove piazzare una bomba al nostro arrivo.

C: Come passano i mesi lontano da casa?
S:
Un giorno per volta facendo le attività più varie: girare per i villaggi a distribuire acqua e cibo, organizzare le visite mediche, distribuire kit per l’agricoltura. Il  vero problema sono le strade e gli attentati. Anche solo per fare un centinaio di chilometri si impiega molto tempo nel deserto. C’è solo una strada asfaltata, la Ring Road, un anello che gira intorno all’Afghanistan, ma i talebani la stanno distruggendo con gli ordigni che ci piazzano sotto. E non parliamo dell’accoglienza: se ti sparano naturalmente non stai lì a prenderti i proiettili, anche perché in quel modo loro guadagnano tempo. Noi spariamo il tempo necessario per andar via e disgraziatamente può anche capitare che un colpo, partito da armi dal grosso calibro, può trapassare i muri dietro ai quali ci sono dei civili. Il fuoco non è mai indirizzato contro di loro, non siamo delle bestie! Alla fine però si rischia di ripetere qualcosa di già detto, oggi ancor di più a qualche mese dagli ultimi attentati e dalle polemiche che sono seguite, ma ho come l’impressione che in tv si dice solo ciò che fa notizia. Un militare che ogni giorno fa il suo dovere non è mai citato perché è normale amministrazione. E’ come il meccanismo di un orologio: ti accorgi che non funziona solo quando si inceppa.

C: L’opinione pubblica è da sempre divisa in due e molti vorrebbero il ritiro delle truppe. C’è poi gente che si domanda cosa facciate lì e se scappa un morto o un ferito risponde che in fondo siete pagati per questo e quindi siete consapevoli che rischiate.
S:
I rischi ci sono e sono anche evidenti, ma le cose non migliorerebbero se i soldati si ritirassero. Ci penserà l’America a mettere più soldati e se permetti, gli italiani hanno fatto un ottimo lavoro. Certo, ci sono stati dei morti, ma non abbiamo gioito per questo e non immagini quanto sia dura lavorare in quella situazione. (A questo punto S. mi mostra al pc un video amatoriale girato da alcuni americani su una strada in Afghanistan. Decine di questi video sono caricati dappertutto sulla rete, non è materiale segreto o esclusivo. Osservo un autocarro che cammina su una strada e ad un certo punto due bombe esplodono fragorosamente facendo sollevare polvere e terra. L’impressione è quella di osservare un film di fantascienza, dove degli enormi mostri si sollevano da terra in lunghezza). Camminiamo per strada con il terrore delle bombe, chi guida il mezzo è responsabile della sua vita e di quella delle altre persone, come si fa? Farei vedere questi video a chi parla in maniera insensata: si può dire tutto, ma provassero a sottoporsi a un tale stress, sotto ogni strada potrebbe esserci la fine della tua vita!

C: Però questa non è una giustificazione. E poi ce ne sono di esaltati poco maturi, ci sono molti giovani inesperti in missione…
S:
Sì, è vero, ma come sempre non bisogna generalizzare.

C: E la pace? Quanto davvero è fattibile la pace?
S:
Per arrivare alla pace bisogna lavorare ancora molto. Bisogna prima mettere ordine. In questi anni abbiamo sminato e costruito strade. Parliamo di grandi ordigni, detonatori molto pericolosi, soprattutto perché i bambini ne sono molto attratti e spesso ci giocano non sapendo di cosa si tratti. L’Afghanistan è il terzo paese più minato del mondo.

C: Alcuni invece parlano di voi come eroi.
S:
Le esagerazioni ci sono sempre. C’è chi ti stima e chi ti addita come assassino. La verità come sempre è nel mezzo. Siamo alla stregua di qualsiasi uomo che a lavoro rischia la vita, l’unica differenza è che in quel momento rappresentiamo l’Italia. Quando dai del cibo ad un bambino, non hai un nome né un cognome, sei un soldato italiano che ha fatto un giuramento di fedeltà.

C:Durante la missione, qual è la cosa che riesce più facile e quella più difficile?
S:
Quella difficile è adattarsi alle condizioni climatiche: caldo durante il giorno ed escursioni termiche la notte. Quella più facile è proprio vivere nel rischio, perché lo sei sempre. Sei in base e ti attaccano, esci e non sai se scoppi su una mina. Vai in un villaggio a dare cibo e non sai se ti accoltellano.

C: Mi stai dicendo quindi che ti abitui…
S:
Sì. I primi mesi è dura, ma dal terzo se senti dei colpi di mortaio quasi fai finta di nulla.

C: Però c’è chi non si abitua mai a questo: la tua famiglia.
S:
Eh, la famiglia! Quando chiami a casa dici che va tutto bene e solo a fine missione confessi loro che arrivano i razzi in base, che sei scampato a cinque, sei attacchi di artiglierie ed è scoppiata una moto poco avanti a te!

C: E in tutto questo c’è posto per Dio?


Il mio soldato, che è un paracadutista, a questo punto mi dice che loro sono devoti a San Michele Arcangelo e che sono i più religiosi tra le forze armate, ma anche i più bestemmiatori. Non so che idea abbia delle morte, ma di sicuro lui l’ha vista più da vicino. Una cosa è certa: banalità a parte dall’inizio del conflitto 235 mila persone hanno perso la loro casa, circa 8 milioni non mangiano regolarmente, 2 milioni di bambini non vanno a scuola e 15 mila persone muoiono di tubercolosi. Non sono ancora del tutto sicura che la guerra sia la via più giusta, ma mi rendo anche conto che non far nulla significherebbe lasciare questo popolo in pasto a chi lotta per farlo affondare. Nell’ignoranza, nella fame, nella morte.

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Herbal Essence: una bella scoperta


Conoscevo questa linea di shampoo e balsamo da quando è arrivata in Italia, poi è stata la volta della massiccia campagna pubblicitaria e anche se qui da noi la notizia è passata quasi inosservata, la testimonial della linea è Misha Barton. Quest'estate ho avuto modo di testare un campioncino che mi è abbastanza piaciuto ed ora torno a fare rifornimento con le decine di flaconi omaggio ricevuti a casa.

La linea per capelli Herbal Essence è allegra e divertente (e questa è sicuramente la prima cosa che balza agli occhi), il design della confezione, colorato e accattivante invoglia quasi i clienti ad acquistarlo. Anch'io mi sono fatta entusiasmare dal packaging e dalle deliziose profumazioni, ma successivamente, ho anche potuto apprezzare il risultato dopo i primi lavaggi, in particolar modo della linea al cocco e all'orchidea (confezione blu): capelli morbidi e idratati oltre che visibilmente più lucenti. Indubbiamente i risultati variano da persona a persona e in alcuni casi ho anche letto di recensioni molto negative; personalmente, essendo soddisfatta del prodotto, consiglierei di provarlo prima di giudicare e sarei curiosa di scambiare pareri con chi ha già avuto modo di testarlo.

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martedì 15 dicembre 2009

Alicia Keys. "Try to sleeping with a broken heart" e i Carrera Panamerika 1



Otto anni fa, quando questa ragazza era ancora poco conosciuta, la sottoscritta chiese esplicitamente come regalo di Natale il suo primo album, perchè si era innamorata del singolo "Fallin". I miei gusti da allora sono cambiati, lei è diventata una delle grandi voci del panorama musicale americano, nel frattempo ha vinto 12 Grammy Awards e se fai il nome di Alicia Keys, la gente sa di chi si parla. Ciò che amo di lei però è il suo non cambiare nel tempo, il restare fedele alle origini, alla passione per il pianoforte e il non seguire mode facili ed effimere.



Qualche tocco glam però se l'è concesso, nel suo nuovo singolo "Try sleeping with a broken heart", tratto dall'album The Elements of Freedom. Nei panni di un'eroina dei nostri giorni, dotata di poteri straordinari, è in grado di salvare il prossimo, ma non può fare altrettanto con se stessa e i propri affetti, per i quali il suo potere si trasforma in un’arma letale. Anche lei, sulla scia di Lady Gaga,e Britney Spears, indossa un paio di Carrera Vintage, modello Panamerika 1. Montatura in metallo, lenti a goccia e un modello che si ispira agli anni '80, perfetto per il suo rock look.








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lunedì 14 dicembre 2009

Il regalo perfetto? Collana con nome


Mi sono appena resa conto che questo blog non è entrato in atmosfera natalizia. Strano a dirsi per una come me che immagina luci e regali già da fine agosto, ma è stato un periodo intenso e purtroppo ho dovuto rimandare i pensieri delle feste. Il tempo però passa così in fretta che oggi siamo già a undici giorni dal Natale. E dal mio compleanno. Mi chiedevo se avete pensato ai regali da fare e ricevere. Io sì, pur non avendone comprato nemmeno uno e se non ne avessi già un esemplare di questa deliziosa collana, sicuramente mi piacerebbe riceverne una.

Ne avevo già parlato, lo so, ma Collana con nome mi ha fatto uno splendido regalo in anticipo e volevo condividerlo con voi, offrendovi uno spunto per una bellissima idea regalo. Ognuna di voi avrà almeno un'amica che adora Sex and the city e Carrie e quale occasione migliore per farle vivere un momento nei panni della fashionista più incallita?



Collanaconnome è un'azienda specializzata nella creazione di bellissimi esemplari come questi, che potrete scegliere in modelli diversi e in oro o argento. Basta digitare il link del sito, fare il proprio ordine scrivendo il nome scelto e scegliendo la lunghezza che preferite per la vostra collana e non vi resterà che attendere il vostro meraviglioso pacchetto. Il gioiello infatti, è corredato di una bella scatolina con fiocco, pronta per essere donata alla vostra migliore amica, sorella o magari alla vostra mamma.

Vi consiglio di affrettarvi, perchè Natale è vicino e questa è l'occasione giusta per inoltrare il vostro ordine. Inoltre per tutti i lettori del mio blog, una volta fatto l'ordine, digitando il codice SUAM nella sezione "inserisci codice buono" avrete diritto ad uno sconto del 5% . Allora cosa aspettate? Divertitevi a navigare nel sito e a scegliere il vostro regalo perfetto!


 
 

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venerdì 11 dicembre 2009

"Action for Women": un video contro la violenza sulle donne




E' un argomento che mi sta molto a cuore e sono contenta che nel mio piccolo sia riuscita a lasciare un segno
per questa causa. Qualche giorno fa poi mi è arrivata la notizia che un altro passo è stato fatto contro la violenza sulle donne.

Si tratta del concorso "Action for Women" aperto ai registi emergenti maggiorenni e che fanno parte degli stati membri del consiglio d'Europa. Per partecipare è necessario caricare il proprio cortometraggio- con sottotitoli in inglese e della durata massima di 5 minuti, entro il 15 gennaio 2010- sul tema della lotta contro la violenza alle donne.

Segnalo questa notizia perchè credo sia un'ottima opportunità per poter fare qualcosa a riguardo e perchè il concorso, promosso dalla Camera dei Deputati, dal Consiglio d'Europa in collaborazione con Cinecittà Luce e CSC Production è ospitato sul canale Youtube (qui il link) e mette in palio stage e, come primo premio, la proiezione speciale alla prossima mostra del cinema di Venezia. Numerosi e famosi i membri della giuria, tra i quali segnalo Giuseppe Tornatore, Francesca Comencini, Roberta Torre, Renata Litvinova e Enrico Magrelli

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giovedì 10 dicembre 2009

Prima di andare a nanna...











Quando hai bisogno di un pò di carica non c'è dipendenza migliore della musica! // When you need a little charge, there isn't better addiction than music!

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mercoledì 9 dicembre 2009

Andy Warhol: "The little Red Hen"




 

Ammetto la mia ignoranza: non sapevo che Andy Warhol fosse anche un illustratore di libri per ragazzi.
L'ho scoperto per caso, venendo a sapere che ieri a New York sono state messe all'asta le immagini appartenenti alle storie di "The Little Red Hen" illustrate da Warhol tra il 1957 e il 1959.

Colorati e divertenti, questi disegni raccontano la storia di una gallinella rossa e dei suoi amici: un gatto pigro, un topo e un cane che ama leggere il giornale.

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I admit my ignorance: I didn't know that Andy Warhol was also an illustrator of children's book. I discovered by chance yesterday,when in New York were autioned images belonging to the stories of "The Little Red Hen" illustrated by Warhol between 1957 and 1959.

Colorful and fun, these pictures tell the story of a red hen and her friends: a lazy cat, a mouse and a dog who loves reading the newspaper.

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martedì 8 dicembre 2009

So che mi capirete: Jude Law



Dovete imparare a conoscere i miei gusti? Tanto vale che lo facciate per bene. Questa è un'altra delle mie passioni, insane dire, ma sfido le mie amiche e lettrici a replicarmi! Quando a tavola ho visto lo spot ho dovuto contenermi davanti ai miei, qui però posso dare libero sfogo alla mia follia: è la settima volta che rivedo, dite che sono malata?

You must learn to know my tastes? Might as well do it for good. This is another of my passions, insane to say, but I challenge my friends and readers to reply me! When I saw the spot at lunch I had to hold me, but here I can give free rein to my madness: it's the seventh time that I see it!!! Say you I'm sick?




Jude Law- Dior Homme Sport 2009
Song: Shadowplay- The Killers

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giovedì 3 dicembre 2009

Storia triste di un bracciale


Questa è la storia di una ragazza sfortunata che un giorno, passeggiando per le vie del centro di Bari, decide di entrare nello store H&M e per caso si imbatte in un bracciale che di primo acchito le sembra un pò pataccone. Riflettendoci su però, pensa che farebbe la sua figura abbinato ad una delle numerose mise total black che predilige. E allora guarda il prezzo e pensa che è davvero un bell'affare. Se solo avesse i soldi per comprarlo. Ma ahimè non tutte le storie sono a lieto fine. La ragazza, infatti, non affatto sprovveduta ma solo previdente, aveva volutamente svuotato il portafoglio di ogni banconota, conoscendo le sue manie da sperperatrice di fondi incallita e reputando che 5 euro fossero sufficienti per una qualsiasi emergenza. Adesso era sola, senza nessun supporto morale, senza nessuna sorella o amica comprensiva al seguito, senza nessuno che potesse capire il suo piccolo dramma del momento e così a testa bassa, decide di ammettere i suoi errori e bofonchiando qualcosa di incompensibile esce dal negozio promettendosi un giorno di tornare per far suo quel bellissimo bracciale.

 

Persino Chanel Iman in questa foto sembra farsi beffa di lei indossandone non uno, ma addirittura tre per la presentazione della collezione per il Capodanno. Inutile dire che qualche giorno fa ha disperatamente cercato di farlo suo, ripassando nello store, ma ovviamente dei bracciali non c'era più nessuna traccia. Sbagliando si impara, dicono. Se solo ci fosse un'anima caritatevole che potesse farmelo pervenire!

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Regali di Natale intelligenti: la Lista dei Desideri di Save the Children



Purtroppo Natale oggi è fin troppo sinonimo di consumismo, e se per una volta vogliamo regalare qualcosa di utile e solidale, perchè non aderire ad una bella iniziativa? Anche quest'anno infatti Save the Children ripropone la sua Lista dei Desideri, per donare un futuro migliore a bambini meno fortunati dei nostri fratelli, figli o nipoti.

La Lista dei Desideri è un modo per fare del bene a tanti bimbi che nel mondo vivono una condizione disagiata; è possibile scegliere tra 22 regali e fare una donazione, ce n'è per tutte le tasche, da 10 a oltre 1000 euro. Negli ultimi due anni infatti Save the Children, grazie alla generosità degli italiani, ha contribuito all'educazione di migliaia di bambini in Sudan e al miglioramento delle condizioni di salute ed alimentazione dei bimbi in Etiopia.


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Big Question Game

Maria mi ha invitato a questo “Big Question Game”: la ringrazio perchè questi test mi divertono tanto!
Il gioco consiste in 35 domande, alle quali può seguire una risposta di una sola parola. Alla fine del gioco si deve poi nominare 10 bloggers. Iniziamo!



1. Dov'è il tuo cellulare? Tavolo
2. I tuoi capelli? Ricci
3. Tua madre? Indaffarata
4. Tuo padre? Lavoo
5. Il tuo piatto preferito? Pizza
6. Un sogno la scorsa notte? Nessuno
7. Il tuo drink preferito? Long Island
8. Un tuo sogno/ obiettivo? Giornalismo
9. In quale stanza ti trovi? Salotto
10. Il tuo hobby? Scrittura
11. Una tua paura? Dolore.
12. Dove sei stato ieri sera? Pub
13. Qualcosa che non sei? Cattiva
14. Muffin? Double Chocolate
15. Oggetto wishlist? Blackberry
16. Dove sei cresciuta? Puglia.
17. L'ultima cosa che hai fatto? Telefonate
18. Cosa stai indossando ora? Pigiama
19. La tua TV? Spenta
20. Il tuo animale? Pallina
21. Amici? Speciali
22. La tua vita? Piena
23. Il tuo mood? Indaffarata
24. Cosa ti manca? Londra
25. Veicolo? Piedi
26. Qualcosa che non vesti? Pelliccia
27. Il tuo negozio preferito? Molti
28. Il tuo colore preferito? Nero
29. Quando è stata l'ultima volta che hai riso? Oggi
30. L'ultima volta che hai pianto? Settimane fa.
31. Il tuo miglior amico? S.
32. Un posto dove tornerei? Londra
33. Facebook? Divertente
34. Dipendenze? Moda
35. Miglior luogo per mangiare? Pizzeria.

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E ora è il turno di:


http://putinyourplace.blogspot.com/
http://thatsmine.splinder.com/
http://lilygarini.blogspot.com/
http://mynewlifeinpink.blogspot.com/
http://larmadiodeldelitto.blogspot.com/
http://comepuounoscoglioarginareilmare.blogspot.com/
http://siboneyreloaded.blogspot.com/
http://www.chiliandchocolate.splinder.com/

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martedì 1 dicembre 2009

Giochiamo un pò: chi salverà il Natale?



Non è da me restare in silenzio durante il periodo pre-natalizio. La festa si avvicina (e anche il mio compleanno) ed io ho accettato la sfida di scoprire chi sta tentando di rubare il Natale. Renne comprese!





Chi salverà il nostro Natale? Qualche suggerimento?

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Are you ready for Sunshine? Cronaca di un’intervista alla Chop Chop Band

Ho deciso di riportare questa intervista qui perchè mi rappresenta e fa parte del mio lavoro. Loro sono una bella realtà locale, un gruppo musicale che meriterebbe decisamente più spazio. Conservo un bel ricordo di questa mia prima intervista ad un gruppo musicale e ci tenevo a condividerlo con voi. Che dirvi allora: buona lettura!
 


Questa intervista ha ben poco di convenzionale, a partire dai protagonisti, mi auguro solo che loro per primi apprezzeranno questo resoconto del nostro incontro. Perché ci sono dei retroscena che un magazine professionale non dovrebbe raccontare, ma essendo Controstile un magazine professionale sì, ma controcorrente, posso permettermi il lusso di stravolgere le regole dell’intervista e restituire a voi lettori solo l’essenza di una bellissima esperienza, la stessa che si vive parlando di qualcosa che si conosce bene, la stessa che si prova nel confrontarsi con degli artisti, quelli veri, la stessa che si prova nel parlare di musica. Non convenzionale, appunto e per questo targata Chop chop.

Protagonisti dell’intervista di questo mese, i componenti della Chop Chop Band, Pino Pesee e Claudio Kougla: numerosi brani raccolti in altrettanti dischi, 40000 copie per il loro disco d’esordio e 17 anni di onorata carriera. Con loro ho provato ad affrontare un tema che mi sta molto a cuore e in cambio ho ricevuto musica, passione e un profondo senso di amicizia, quella che lega i due componenti della band, penna e tastiera del gruppo pugliese, tra Barletta e Terlizzi, ricordando il passato e parlando del futuro che li attende.

Lo ammetto: ero molto curiosa e questo ha giocato a mio favore. Curiosa di capire innanzitutto come riescano a resistere in un panorama così piccolo e contrastante come quello della musica italiana. Probabilmente non sono molto noti a tutti, ma il loro pubblico è quello festaiolo e divertente delle dance hall, in netto contrasto con il prodotto omologato delle case discografiche, che sembra vogliano solo contendersi gli idoli di teenagers scalpitanti, provenienti dai più svariati talent show e classifiche eccessivamente melodiche. Ero molto curiosa, lo ripeto, di capire come si resiste e sopravvive parlando di valori sociali a ritmo di roots in un mondo pop. Pino sorridendo ascolta questo mio giro di parole e dice “ Ognuno è libero di fare ciò che vuole, noi però non siamo musica d’ immagine, rispettiamo tutti i generi, ma è decisamente una realtà diversa dalla nostra”.

Niente facce d’angelo, nessuna vittoria al festival di Sanremo negli ultimi anni e soprattutto nessuna storia triste alle spalle che abbia influito nella loro scalata. Mi sono divertita a provocare i miei due interlocutori sul perché facciano musica allora “Non c’è un motivo in particolare, è un modo per esprimere idee ed io so farlo così, lo faccio ormai da quando avevo sedici anni”. A rispondermi ancora lui, Pino Pepsee cantante storico del duo. Seduto al suo fianco c’è Claudio Kougla, da poco privo della sua lunga chioma rasta. Sorrido perché prima di iniziare quasi non lo riconoscevo e ammetto in silenzio che sta meglio così. Due amici che si divertono nel fare musica, ecco cosa sono.

Hanno visi simpatici, di quelli da rimpatriata di classe casinista e forse quando hanno scoperto chi si celava dietro la voce che un giorno ha deciso di contattarli, avranno riso come matti. Musicalmente parlando mi raccontano di stare insieme dal 1992 e mi salta subito in mente che non è facile portare avanti un progetto così articolato per ben diciassette lunghi anni. Alla base ci dev’essere per forza amore, passione, mi son detta. Cantante e tastiera, voce e musica, Pino e Claudio. Sorridono rassegnati quando chiedo loro cosa caspita significhino i loro soprannomi Pepsee e Kougla. Probabilmente questa domanda gliel’avranno fatta in molti “Ecco, lo sapevo che me l’avresti chiesto! Non c’è una spiegazione in particolare, sono due nickname nati così…avrai anche tu amici con dei soprannomi strani, magari senza un significato, no?”. Pino mi zittisce in un attimo ed io arrossisco pensando ai nomignoli bizzarri che mi sono guadagnata nel tempo. Ok, uno a uno, palla al centro.

Decido di ritornare seria e riportare il discorso all’argomento principale: la musica. Da ex cantante amatoriale allora confesso di aver condiviso questa passione per anni e li invito a cercare di spiegarla ai lettori, a spiegare come si sceglie di vivere sole note. Pino mi dice che la musica ha un significato universale e uno strettamente personale, che è un mezzo per esprimere idee, ma è anche un concetto molto soggettivo. “C’è chi la fa per passione, ma mi rendo conto che c’è anche chi chiama musica quella dei talent show, io dico che in quel caso parliamo più di immagine che di altro”. Non percepisco polemica nella sua voce, semmai rassegnazione che condivido, per tutta quella musica interessante che non viene presa in considerazione e allo stesso tempo per il dilagare di fenomeni devianti che meriterebbero di essere studiati dal punto di vista socioculturale. Decido di provocarli ancora, tanto ci stanno, e chiedo se, nonostante tutti questi anni, su un palcoscenico culturalmente basso come il nostro, non si sentano ancora degli emergenti. Potrei essere sbranata per questo, mandata fuori dal locale che ci ospita, con un bel calcio nel mio lato b e invece Pino e Claudio si guardano e sorridono complici, poi è la volta di Claudio che un po’ intimidito mi risponde “ Allora siamo contenti di essere considerati emergenti, ne andiamo davvero fieri”. E tra una chiacchiera e un’altra in poco meno di mezz’ora facciamo un percorso lungo 17 anni e tiriamo le somme di ciò che è stato fino ad ora. “Siamo maturati, non siamo più così giovani e anche se la musica è sempre la stessa, l’idea è sempre la stessa, ci piace sperimentare nuove sonorità, in fondo è proprio questo che l’artista fa”. Forse sono stati anche un po’ sfortunati, penso a bassa voce, ascoltando i loro discorsi scherzosi su come ci sia sempre un tempo per tutto e su come loro il tempismo non lo conoscano affatto “In quest’ultimo album abbiamo sperimentato sonorità elettroniche, ma pare sia tornato di moda il reggae, quando però eravamo noi a farlo non se lo filava nessuno! Perché sai, anche i generi musicali purtroppo seguono le mode e se quell’anno è stato deciso che un genere è di tendenza, non c’è nulla da fare”. Prima o poi però i tempi si incroceranno, ne sono certa.

Tanto per cominciare mi sembra doveroso non inquadrarli in un solo genere musicale: le loro origini affondano nel roots style, certo, ma hanno dato prova di saper sfruttare il maggior numero di influenze possibili. “A settembre è uscito il nostro nuovo album, Sunshine”. Pino e Claudio mi spiegano che è un modo per continuare il loro lavoro consolidato nel tempo e allo stesso modo un segno di svolta per l’evoluzione del sound, più funk, più elettronico. Un album della maturità in pratica, mi piace definirlo così. Voglio saperne di più, conoscerli meglio e così chiedo come funziona nel loro duo, “Pino scrive i testi”, mi spiega Claudio, “è lui ad avere la vena poetica, io compongo la musica e tutto avviene nel modo più naturale possibile. Le nostre canzoni affrontano i temi più svariati e scriviamo di cose che ci colpiscono”.

In un percorso che si snoda in più città, questo album vede la luce in numerosi studi di registrazione, tra Bari, Milano e Londra, dove è avvenuta la più importante delle collaborazioni di questo disco. “In realtà”, spiega Pino, “a Londra è andata solo una nostra traccia. E’ piaciuta molto a Simon Duffy che ci ha proposto di remixarla: il risultato è incredibile”. E per chi non lo sapesse Simon Duffy è il produttore dei Planet Funk e loro di collaborazioni con musicisti di fama ne hanno fatte parecchie.

C’è un filo conduttore però che dà senso al loro lavoro, qualcosa che li lega, che salta agli occhi visitando il sito internet e ascoltandoli durante l’intervista: la loro mission, chiara, decisa, “diffondere la cultura della solidarietà e della non-violenza, avendo come unico mezzo la musica”. Un gran bel progetto, dico, ma come riuscirci? “Il gruppo nasce con l’intento di dare un messaggio di pace e solidarietà, soprattutto perché abbiamo sposato l’ideologia del roots style, pensando di dare anche noi un piccolo contributo alla causa” E qualcosa nel loro piccolo l’hanno fatta, partecipando a manifestazioni attive nel sociale e sposando la causa dei bimbi per Emergency  con un singolo apparso su una compilation accanto a nomi del calibro degli Almamegretta, Après la classe, Roy Paci e i Sud Sound System.

Poi ad un certo punto l’ho fatto: il paragone mi è venuto spontaneo con questi ultimi loro colleghi più famosi, i Sud Sound System. Con loro hanno collaborato a stretto contatto e per un attimo mi son chiesta se avessero mai pensato di scrivere pezzi in dialetto “La loro è una scelta ben precisa, un po’ come la nostra”, spiega Pino, “solo che noi abbiamo preferito aprirci ad un pubblico più vasto e farci capire da tutti. Inoltre c’è da dire che il salentino gioca a loro vantaggio: è musicale, ricorda molto il giamaicano e abbraccia una zona geografica molto ampia. Immagina noi, tra barlettano, barese e quant’altro…sarebbe un bel casino e poi io di solito non parlo mai il dialetto…”.

E mentre immagino come sarebbe ascoltarli in una versione in vernacolo, mi accorgo che si è fatto tardi, ho tentennato un po’ e fatto molte gaffes. Pino e Claudio mi sorridono e ringraziano un po’ impacciati: di sicuro un’imbranata come me non l’hanno mai incontrata. Io batto in ritirata con in testa il ritornello della loro bellissima Sunshine: non c’è niente da fare, il loro sound è allegro, contagioso e solare!


Sunshine
(Arci Sana Records) € 12,90
Segui la Chop Chop Band sul loro Myspace
http://www.myspace.com/chopchopband1


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