giovedì 27 ottobre 2011

Non è assolutamente un paese per giovani


Chi nel tempo ha imparato a conoscermi e a seguire i miei discorsi più o meno sconclusionati può sicuramente affermare che il mio blog non è mai stato polemico, né volutamente attento all’attualità. Ho sempre preferito che restasse uno spazio tutto mio, anche a costo di risultare un po’ frivolo e quasi del tutto isolato dai fatti del mondo. Niente menzioni particolari a personaggi dello spettacolo da poco scomparsi (nonostante più volte sentissi alcuni particolarmente vicini), né tanto meno alla miriade di disgrazie e catastrofi dell’ultimo minuto, bandita la politica e pochissimo sarcasmo, assolutamente non in linea con il tono più leggero delle mie pagine.

Restare in silenzio però in alcuni casi è davvero ingiusto, oserei dire quasi un reato. E’ un po’ come essere omertosi e negare che un problema esista, è come non sentirlo vicino e non voler far nulla per migliorare una brutta situazione, e ammettere a se stessi di non aver nemmeno provato a far luce su una determinata tematica, è davvero molto triste. Ci sono infatti dei problemi che affliggono un elevato tasso di popolazione tanto seri che non si possono ignorare e vista l’età della sottoscritta proprietaria di questo blog, le esperienze pregresse e le prospettive future, credo proprio di non poter fare a meno di dedicare qualche riga alla vera piaga che affligge i giovani della nostra generazione: il futuro. Precario, incerto, buio.

Non si tratta di una presa di coscienza dell’ultimo minuto, ma di un pensiero nato in me fin dalla prima volta che mi è stato chiesto seriamente cosa volessi fare da grande, maturato durante gli anni di studi, la formazione e le prime esperienze lavorative, esploso negli ultimi mesi, vista tutta l’incertezza che ci circonda, la pseudo-crisi mondiale che ci affligge e i ripetuti rifiuti, ad andar bene, nel peggiore dei casi in realtà domande e richieste lavorative alle quali non è mai seguita una risposta. La decisione di dedicarvi un post nasce poi dalla visione online di “Generazione Sfruttata”, puntata del 2 ottobre di Presa Diretta, il programma condotto da Riccardo Iacona in onda su Rai Tre la domenica. Ne parlo solo ora per questioni pratiche, ma credo che non è mai troppo tardi per riflettere su un’emergenza che riguarda noi giovani, ma anche tutte le persone sensibili alle nostre problematiche.

La chiamano Generazione a perdere la nostra, quella senza lavoro, senza prospettive di un futuro, quantomeno pieno di speranze. Una generazione rubata, privata, alla quale è stato negato anche il diritto di sognare di realizzare i propri progetti, dopo anni di studi ed esperienze, formazione, stage, contratti precari, dopo tutta l’ansia, lo stress, il panico, i pianti e le speranze, dopo competenze accumulate e impilate su una scrivania, lavori con contratti tanto assurdi quanto i loro nomi impronunciabili, vita all’estero da fame e stage in aziende importanti. La nostra, la generazione saltata, sfruttata e umiliata, dal futuro incerto, precario, disumano, inammissibile.

A lungo involontariamente ho respinto l’idea di poterne far parte, posticipavo il pensiero al giorno seguente alla mia laurea, poi gli eventi della vita mi hanno investito in pieno come un treno e ho dovuto affrontare la mia più grande paura. E così da dieci mesi anch’io vivo da sola, lontana dai miei affetti e faccio parte dell’ormai tristemente celebre repubblica degli stagisti, anche se presto sarò costretta a ritornare a casa, a causa di uno stage che nel giro di pochi mesi scadrà senza possibilità di assunzione. Da dieci mesi anch’io mi faccio forza con le speranze più improponibili, ho assunto la stupida convinzione che non sono l’unica, che c’è chi sta peggio di me e vivo nell’illusione che l’esperienza di un anno accumulata, lottata e meritata, mi tornerà utile, anche solo a fare curriculum, ad aprire la strada ai miei sogni, a dimostrare che valgo qualcosa, a ricordarmi di lottare per un futuro migliore.

Ma sarà davvero migliore il nostro futuro? E quanti al potere sono realmente disposti a mettere nero su bianco questa piaga e a trovare soluzioni concrete? E poi, ci saranno davvero soluzioni realizzabili in un tempo più o meno breve? In poco più di un’ora Generazione Sfruttata sbatte sullo schermo la più cruda delle verità, descrive ansie e frustrazioni dei giovani di oggi, sfata tutti i cliché, rivela la triste realtà di questi pessimi anni da cancellare e fa rabbrividire già dopo i primi minuti di documentario.

Dati alla mano siamo la generazione più preparata, formata e specializzata, eppure al tempo stesso quella più sfruttata, derisa, ignorata. Siamo quelli costretti a scegliere lavori diversi dal nostro percorso di studi, perché ormai considerati poco remunerativi o "campati in aria", quelli costretti ad accettare sulla soglia dei trent’anni ancora stage, per di più non retribuiti, quelli che, nauseati dalla situazione qui in Italia, dalle caste, dalle raccomandazioni, dall’ignoranza, partiamo per l’estero alla ricerca di una carriera più dignitosa e magari troviamo chi apprezza realmente le nostre capacità, sposiamo una persona del luogo, facciamo anche dei figli e mai, per nessun motivo, decidiamo di tornare in patria. Siamo quelli che ormai stanchi dell’incertezza e assolutamente non in grado di pagare un affitto con uno stipendio da miseria, facciamo più lavori contemporaneamente, sopravviviamo e proroghiamo tutte le altre scelte di vita a data da destinarsi.

E ci si chiede anche come sia possibile tutto questo, quale assurdo meccanismo sia rimasto inceppato, lasciando credere agli altri che le cause ricercate nella politica ridicola, nella burocrazia lenta, nella filosofia di vita poco meritocratica, nel brutto andazzo di un Paese retrogrado, siano solo una vecchia cantilena noiosa, mentre “essere figlio di…” è un vanto e purtroppo apre ancora molte porte, a discapito di chi è costretto a tornare a casa a testa bassa dai genitori perché non può permettersi un’esperienza fuori senza lavoro. Lavoro che poi, quando c’è è sempre più a progetto e a scadenza, nascosto dietro assurdi cavilli burocratici a vantaggio del “capo”, ridicolizzato da contratti al limite della legalità e della dignità, a nero, nel migliore dei casi.

Perché essere costretti ad aver paura nel chiedere che fine hanno fatto il merito, i sacrifici, il talento? Perché essere costretti a rinunciare a queste parole? Davvero i nostri genitori non possono più essere in grado di rispondere ai nostri interrogativi e consolarci? Davvero tra qualche decennio saremo seriamente costretti a combattere il problema di una pensione non affatto assicurata?

Mi rifiuto di accettare una tale condizione, ma sono anche consapevole che di bocconi amari dovrò buttarne giù ancora molti. Vorrei poter essere consolata in qualche modo, sapere che prima o poi tutto andrà bene, che arriverà anche il mio turno e invece ogni giorno mi ritrovo a mettere in dubbio le mie capacità, se puntualmente il mio curriculum e le mie proposte vengono ignorate, mettendo a dura prova il mio livello di sopportazione. Credo fortemente nella formazione, ma che sia giusta ed efficace. Non si smette mai di imparare, ma è necessario che ci venga anche data fiducia e che veniamo messi alla prova. Sul serio

Con questa convinzione e con la speranza che qualcosa di positivo finalmente avvenga, vi rimando alla galleria Youtube del documentario, per quanti ancora non hanno avuto la possibilità di vederlo e mi auguro che questo post possa in qualche modo diventare un raccoglitore di esperienze, di pensieri intelligenti, un angolo per il confronto e i suggerimenti e perchè no, una scatola di pareri e racconti positivi e di speranza. Vi aspetto!

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domenica 16 ottobre 2011

Chevrolet Aveo: giovane, sportiva, dinamica


Lifestyle
e tecnologia, senza rinunciare a uno stile impeccabile. Oggi parliamo di auto. A 100 anni dalla nascita del marchio infatti, Chevrolet lancia nel mercato delle piccole compatte Aveo, ultimo modello della casa automobilistica, giovane, sportivo e dinamico, perfetto per piccoli e lunghi viaggi e adatto a ogni esigenza.
Disponibile nella versione berlina a quattro ruote e cinque porte, Aveo è la soluzione perfetta per quanti amano le auto da città a basso consumo, ma allo stesso tempo non vogliono rinunciare a un abitacolo spazioso e confortevole. La giungla del traffico cittadino può essere infatti insostenibile senza la giusta auto e Aveo, in una versione completamente rinnovata e giovanile, offre la soluzione più conveniente con un ottimo rapporto qualità/prezzo.
La guida è resa sportiva e allo stesso tempo sicura e la tenuta di strada è ottima grazie a un sistema integrato di carrozzeria più robusta e leggera, ottenuta con acciai di ultima generazione. Guidare inoltre sarà anche più rilassante visto che rispetto alle versione precedenti sono stati apportati alcuni interventi avanzati di isolamento acustico. I sei airbag collegati a una serie di sensori e il sistema ABS invece permettono un controllo della strada più sereno e sicuro.

Comoda ma anche bella la nuova Aveo. Il design è sportivo, la vettura appare slanciata e aerodinamica ma allo stesso tempo risulta elegante, grazie alla cura quasi maniacale del dettaglio, dalle linee alle luci, dai colori alle rifiniture. L’interno è piacevole e caratterizzato da una plancia che sembra avvolgere il guidatore e che prosegue con lo stesso stile nelle portiere anteriori e ai lati. Tachimetro rotondo e grafica digitale LCD completano una visione d’insieme gradevole e altamente tecnologica. Lo spazio poi sembra non mancare. Oltre ai due vani portaguanti, uno dei quali con presa USB integrata, Chevrolet Aveo infatti è fornita di numerosi compartimenti, tasche e tre portabicchieri, per garantire viaggi a bordo sempre comodi e confortevoli. I dispositivi elettronici inoltre si azionano attraverso i comandi al volante o le interfacce della radio. Ultima nota non di certo meno importante, l’attenzione all’impatto ambientale. Aveo infatti è stata progettata per garantire bassi consumi ed emissioni.
Un’auto perfetta i giovani o per quanti giovani lo sono soprattutto nell’animo e preferiscono destreggiarsi in città nel migliore dei modi. La routine quotidiana in fila nel traffico infatti è fin troppo noiosa e grigia, basta davvero poco per renderla più piacevole e colorata.

Articolo sponsorizzato

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sabato 15 ottobre 2011

A volte ritornano...spero vi piaccia


Oggi vi ripropongo un post scritto due anni fa, perchè nonostante mi stupisca del tempo che scorre velocemente,  credo che certi pensieri e situazioni tornino e si ripropongano ciclicamente. A distanza di due anni ho raggiungo una più completa consapevolezza di me, ho lavorato, tanto, ho fatto esperienze importantissime, posso essere fiera di ciò che sono e ho fatto, ma ho ancora le stesse insicurezze, continuo a pormi gli stessi interrogativi e sono ancora profondamente, completamente in sintonia con queste splendide parole (quelle di Alberoni e anche un po' le mie). Buona lettura.

Ho ripensato ad un articolo apparso ormai cinque anni fa sul Corriere della Sera. Uno schietto e speranzoso Francesco Alberoni lo intitolava più o meno così “Per avere successo bisogna capire dove passa la storia” e una ragazzina sognatrice in attesa della maturità lo leggeva più volte, per poi ritagliarlo e riporlo tra le sue cose più preziose.

Ci sono dei momenti decisivi nella vita in cui, scegliendo in un modo o nell'altro determiniamo, in modo irreparabile, il corso della nostra esistenza. E quasi sempre non sappiamo di farlo, non conosciamo noi stessi, non conosciamo il vasto mondo, le tendenze storiche, le forze che lo governano. E' il caso della ragazza che, in rotta con la famiglia, cercando se stessa, la sua indipendenza e la sua maturità, si innamora a diciott'anni, non ha paura di avere un figlio da sola, anzi ne è orgogliosa, lo vive come una sfida al mondo adulto e conformista. Poi si trova senza un lavoro a lottare giorno per giorno contro la miseria. O il giovane bullo che sfoga la sua volontà di potenza come sopraffazione, e che finisce nella camorra. Noi siamo il prodotto del nostro ambiente. E' incredibilmente difficile sollevarsi da soli, da una famiglia povera, da un ambiente isolato.

Ricordo la gente del ghetto nero di Watts, che non aveva i soldi per prendere il pullman con cui uscire e andare a cercare il lavoro. In alcuni campi solo un insegnamento precoce consente di arrivare al
successo, per esempio nella musica. Giuseppe Verdi, se non avesse incontrato un benefattore che, vincendo le resistenze di suo padre, lo mandasse a studiare a Milano, non ci avrebbe lasciato una riga della sua meravigliosa musica.

E' immenso il peso della famiglia, del suo sapere, delle sue relazioni sociali. E' la famiglia che ti manda nella scuola giusta, dove farai le amicizie utili, che ti inserisce nella rete di relazioni sociali in cui si fa carriera. Tutti i politici e i grandi funzionari inglesi venivano dalla scuola di Eton. In tutti i campi ci sono poi i "figli d'arte" che si avvantaggiano delle posizioni raggiunte dal padre o dalla madre: nello spettacolo, nella scienza, nella finanza. La nostra società è fatta di clan, consorterie, tribù. Se ci sei dentro la tua vita è in discesa, se sei fuori trovi strade sbarrate. Però c'è anche gente che riesce da sola e che, partendo dal basso, raggiunge i traguardi più elevati. Sono sempre persone dotate di una
straordinaria fantasia e di una volontà inflessibile. Gente che sa resistere allo scoramento e rialzarsi dopo essere caduta dieci volte. Ma deve avere anche una qualità in più: saper intuire qual è il tipo di attività più promettente in quell'epoca e qual è il suo centro propulsivo, il luogo in cui si deve andare.

Napoleone, per realizzare le sue potenzialità, non doveva restare in Corsica, ma recarsi a Parigi dove si plasmava la storia del mondo. Bisognava andare ad Atene nel V secolo, a Firenze nel '400 per imparare la pittura e la scultura, in Germania nel XIX secolo per imparare la filosofia, negli Usa nel XX secolo per fare la grande scienza. O, per il cinema, a Roma all'epoca di Antonioni, Visconti, Fellini. E, alla fine degli anni Settanta, a Milano quando con Armani, Versace e pochi altri potevi contribuire a creare la moda italiana. La capacità di capire dove si crea il nuovo, dove passa la storia o, come dice Hegel, lo "spirito del mondo", e di corrervi subito e coraggiosamente, è forse il più importante fattore di successo individuale
.”


Ricordo di aver interpretato questo articolo come un segno del destino, un incoraggiamento ad andare avanti per la mia strada, che poi qualcuno avrebbe pensato in qualche modo a me, di ceto medio, ma non abbastanza da potermi permettere l’università fuori senza l’aiuto di mamma e papà, io che nella vita avevo e ho un solo chiodo fisso e ogni giorno lotto contro chi non crede abbastanza in me e nelle mie capacità.

Quell’articolo, ritagliato accuratamente e risposto nella mia agenda, è ancora lì, a ricordarmi che ce la posso fare, quando brutti dubbi assalgono la mia mente e il mio cuore necessita di una forte dose di motivazione. Credo che sia capitato un po’ a tutti di essere demotivati, giù di tono o semplicemente stanchi, così come a tutti è capitato di pensare di non potercela fare, di essere precipitati in una realtà troppo grossa, insostenibile.

E guai a chi mi dice che non viviamo in un mondo difficile e che il futuro che attende noi giovani è semplice e roseo! Siamo in una fase di stallo e ce ne accorgiamo quando una persona più grande di noi inizia un discorso dicendo “…certo ai miei tempi era tutto più semplice…”. Viviamo in un mondo in continua espansione eppure così piccolo, facile da raggiungere con un solo click.

Ci sembra di avere tante, fin troppe possibilità, eppure siamo maledettamente divisi tra quanti non sono disposti a lottare per i propri sogni e chi invece lo fa costantemente ma trova davanti a sé un enorme macigno. Disoccupazione, futuro incerto, qualcuno che ti sorpassa solo perché raccomandato, indecisione, confusione. Chiamatelo come volete, ma di certo il mondo là fuori non aiuta chi pecora si fa o lo è per davvero.

E quindi non mi resta che aggrapparmi alle parole di Alberoni, che pur non facendomi rientrare nella schiera dei “figli d’arte", mi incoraggia in qualche modo a pensare che ci siano tanti altri modi per emergere. La fantasia e la creatività per esempio. Il talento che scorre nel sangue e la pazienza, la stessa necessaria a costruire un castello di sabbia: sai bene che sei bravo e che in poco tempo riusciresti a tirarlo su e decorarlo alla perfezione, ma sei anche consapevole che basta un soffio di vento o un’onda più alta e in un batter d’occhio sul bagnasciuga non resterà che un cumulo di terriccio appiccicoso trascinato dall’acqua. La pazienza dunque e il coraggio di assurmersi la responsabilità delle proprie scelte, di rialzarsi dopo una battaglia persa e promettere a se stessi di vincere l’intera guerra. E poi ci vuole anche fiuto, dice Alberoni. Sapere dove si fa la storia e soprattutto con quali mezzi la si fa, fare l'inventario delle armi e saperle sfruttare al massimo.

E mi ritrovo a chiedermi se sia davvero questa la strada adatta a me, se sono abbastanza forte da reggere le sconfitte, le notte insonni e le cornette sbattute in faccia. Sono pronta a lottare contro chi mi riderà in faccia e mi darà dell’incapace? Sono pronta a sopportare che ci sarà sempre qualcuno un gradino sopra e accettarlo pur dubitando che ci sia arrivato solo con i suoi mezzi? Sono pronta a lottare per i miei sogni e le mie capacità? E in nome del giornalismo?

Ci penso ogni giorno e non ci dormo la notte, sono consapevole di ogni più piccolo risvolto negativo, so benissimo a cosa vado in contro e alle mille delusioni che insidiano il mio cammino eppure quando penso al mio futuro non riesco a vedere altro e mi sento realizzata solo se agito freneticamente le mie dita su questa tastiera.

E allora ricordo la risposta a tutte le mie domande e sorrido, e capisco che sono solo io l’artefice del mio destino, che ce la posso fare anche solo con le mie forze.

Consigli, sostegno e affetto di chi legge questo mio intervento sono però compresi e doverosi: non sarei dove sono se non ne avessi avuto bisogno e fatto tesoro.

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martedì 11 ottobre 2011

Prénatal riscalda l'inverno di bambini e mamme


Anche maternità e infanzia fanno rima con moda. Le proposte delle passerelle e la praticità possono finalmente essere conciliate, perché una donna ha tutto il diritto di divertirsi a in/re-inventare in totale libertà il proprio guardaroba e quello del proprio bambino.

Nella speranza di poter aiutare qualche mamma fashion-victim, vi presento quindi la collezione autunno/inverno 2011-2012 Prénatal, per un inverno all’insegna dell’allegria e dello stile al giusto prezzo. Numerose sono infatti le proposte per le mamme e i bambini pensate dal marchio che ha accompagnato un po’ tutti noi sin da quando eravamo piccoli e che si propone di condividere l’esperienza della nascita con prodotti di qualità e buon gusto, consapevole di quanto possa essere impegnativo e costoso avere un bambino oggi. Particolare attenzione alle donne quindi, a quante non vogliono rinunciare alla moda anche e soprattutto durante uno dei momenti più belli delle propria vita, ma che necessitano di praticità e comodità e di tessuti e materiali che possano fasciare il corpo seguendo le linee più morbide della gravidanza.


Ecco quindi Prénatal proporre un total look donna completamente nuovo, la collezione 2011-2012 è completa di abbigliamento, ma anche accessori e sciarpe, per un inverno colorato e adatto a ogni momento della giornata e pertanto diviso in quattro linee principali: Active, per la palestra e il tempo libero, cardigan-felpa, pantaloni, tute e t-shirt nei toni del grigio e indaco, impreziosite da strass e applicazioni satin; Casual, quando una camicia e un paio di leggings possono accompagnarti in ogni momento della giornata; le tinte sono quelle della terra, del verde e dei toni rosati; Smart, per le mamme che lavorano, i capi sono più formali senza rinunciare al tocco di colore e infine la linea Classic, composta da capi in seta e impreziositi da strass, paillettes e pietre, adatti alla sera e alle occasioni importanti. Jolly immancabile nel guardaroba di ogni donna il denim, proposto in numerose varianti abbinabile alle quattro linee.



Se dici Prénatal però dici bambino e le collezioni baby che lo accompagnano dalla nascita fino agli 8 anni non potevano essere di certo da meno. Il mood della nuova collezione baby fino a 9 mesi è la dolcezza e l’ironia, unito dal denim adatto a tutte le occasioni e ad ogni esigenza, con proposte che vanno fino ai 24 mesi. I colori sono quelli del rosa e blu, accompagnati dal grigio, bordeaux, panna, verde militare e corallo. I capi sono facilmente mixabili e abbinabili e con un tocco in più da grandi. Maglioncini tricot a V, cardigan, camicie e pantaloni cinque tasche per i bambini e romantici vestitini per le bambine che sin da piccole amano vestire come le loro mamme. Completano la collezione la linea sportwear e le tre nuove proposte per l’inverno alle porte: Britannia, che ricorda l’abbigliamento college, Army dal sapore militare e Farmer, ispirata alla campagna. Anche per i più grandicelli, ispirazioni militari, country e scolastiche in capi comodi e trendy.

La nuova collezione autunno/inverno Prénatal può essere acquistata anche sul sito www.prenatal.it, dove vi aspetta un’apposita sezione dedicata ai cataloghi. E per non perdervi proprio nulla sul mondo Prénatal vi basta fare un like nella pagina Facebook ufficiale.

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sabato 8 ottobre 2011

Daydreaming // Trésor Midnight Rose di Lancome

Seguendo la scia profumata di un amore appena nato. Uno di quelli che esistono solo nei film, che scoppiano per caso, entrando in una biblioteca polverosa e che sorridi con aria sognante a ripensarci, uno di quelli così assurdi che poi si avverano. Una splendida Emma Watson nella versione che più adoro, la fotografia di Mario Testino e uno bellissimo e insolito scorcio di Parigi. Lo spot della nuova fragranza Lancome, Trésor Midnight Rose. Ci sono tutti gli ingredienti per sognare.


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